La Fiat diventa Fiat Chrysler Automobiles. Settimo gruppo mondiale

Sede Fiat TorinoLe critiche verso la Fiat non sono mai mancate, soprattutto da parte di alcuni sindacati. In un mondo perfetto, probabilmente, avrebbero ragione loro. Il problema è che la realtà è "leggermente" differente e non si può più ragionare come se vivessimo ancora negli anni '70, con un'economia praticamente chiusa. La globalizzazione è in atto da oltre dieci anni e le conseguenze le possiamo vedere chiaramente ogni giorno, con le varie attività costrette a chiudere per il calo delle vendite. Con l'introduzione dell'Euro alcune aziende e interi Paesi, soprattutto del nord Europa, hanno approfittato della forza della nuova moneta, investendo in risorse dai costi più economici rispetto a quelli calcolati, nel nostro caso, in lire. Ripensando i propri piani industriali e puntando al futuro.

In Italia, politica in primis, si è registrato un atteggiamento di stallo. Nessun piano industriale importante, rari investimenti, mentre il resto del mondo ingranava la quinta. Logico, oggi, trovarsi a gambe all'aria, impreparati nel confronto internazionale, schiacciati dalla concorrenza. Pensarci prima, quando si poteva, no, eh? Ma la soluzione per calmare gli animi è subito saltata fuori: basta convincere la gente che è colpa dell'Euro, dell'Europa... l'Italia è la vittima dei "poteri forti"....

Che tristezza... se solo avessimo approfittato dell'Europa e della forza dell'Euro, a quest'ora saremmo in tutt'altra situazione. La crisi economica italiana non è causata dalla nuova moneta (un'assurdità) ma dalla globalizzazione e dai mancati investimenti per un ammodernamento dell'intero settore industriale. Le aziende chiudono perché i prodotti d'importazione costano meno e la gente, messa alle strette, cerca di risparmiare il più possibile. Le imprese più attente, oggi, approfittano della globalizzazione, vendendo il "made in Italy" in tutto il mondo. Inutile rimanere chiusi nel nostro guscio tricolore. I tempi sono cambiati.

Come detto, per fortuna, alcune aziende hanno pensato al futuro e non hanno atteso la fine senza muovere un dito, senza provarci. La Fiat è una di queste. Chi non ha la memoria corta probabilmente ricorderà che verso il 2004, su per giù, la società torinese sembrava destinata al fallimento, alla chiusura, per sempre. I giornali ne parlavano come di un fatto inevitabile. Beh, proprio in quel momento è subentrato un certo Sergio Marchionne. Criticato a destra e a sinistra, ha iniziato il suo percorso in Fiat, portandola all'attenzione internazionale. L'acquisizione del 100% di Chrysler, uno dei colossi americani, è stata una mossa da maestro. Un'azienda italiana che compra un grande marchio statunitense? Quando mai si era visto?

Dopo la fusione, Fiat cambia nome e si chiamerà FCA (Fiat Chrysler Automobiles). Avrà sede legale in Olanda e sede fiscale nel Regno Unito. Le varie società del Gruppo continueranno a pagare le tasse nel Paese di competenza. I poli industriali esistenti sono confermati come punti di forza. Torino rimarrà il quartier generale del mercato europeo. Non è l'Italia che è stata svenduta all'estero ma è una bella fetta di estero che è stata presa dall'Italia.

Il nostro piccolo Paese ha così dato vita al settimo gruppo automobilistico mondiale, una realtà che potrà muoversi all'interno di tutti i più grandi mercati internazionali, con un'esperienza secolare e tecnologie avanzate (pensiamo anche solo alla tecnologia Ferrari) per poter reggere il confronto con gli altri marchi.

Quindi? Siamo felici? Macché... invece di sentirci orgogliosi dell'operazione, abbiamo buttato fango, fin dall'inizio, su tutte le scelte strategiche adottate dal Gruppo. I francesi, i tedeschi, gli inglesi, non lo avrebbero mai fatto verso un proprio marchio storico. Anzi, quando comprano un'automobile "nazionale" lo fanno con particolare vanto. Ed è così poi che l'economia territoriale ne trae beneficio.
Forse, noi, solo durante i mondiali di calcio pensiamo, crediamo, di essere un paese unito e pieno d'orgoglio. Per il resto solo lamentele e vittimismo, due caratteristiche che la generazione dei nostri nonni non ha mai pensato di utilizzare. Ma tant'è...